G.R.: “ […]Per ora mi sto focalizzando su paesaggi. .. Ma sono paesaggi atipici, guardati da una diversa prospettiva: sono visti da dietro una grata “.
E.C.:“ Uhm. Aspetta. Come questo? “ ( Foto da iphone di qualche mese addietro ) .
G.R.:“…Esattamente! “
Si può sapere cosa spinge ad immortalare una visione zuccherina ed amarissima come un paesaggio visto da barriera?
A fotografare un mare strabordante da una grata?
A fare di un’immagine esterna ( chiaramente interna, specchiata, speculare. ), un dentro fuori d’ andirivieni di immobilità pensosa ?
A fare di un momento epico di consapevolezza, dalla consistenza marmorea, una gradevole paesaggistica caramellina gommosa e plurilobata… una Morositas gusto retrò, spremuta da una formina metallica arrugginita e a nido d’ape?
Me lo sono chiesta.
Ce lo siamo chiesti.
Non l’un l’ altra.
La domanda è dunque sorta…
Nell’ epoca del nudo, del vero a tutti i costi, del REAL ( a caratteri cubitali, dal maxi formato in stile confezione pillole americane , dal colore acceso e dal suono molto aperto, tocco Miami holidays …) a tutte le ore e per tutti i gusti, [ solo per palati sopraffini, s’ intende (ed eviterò fortemente di provocare un avvelenamento da ironia al vitriolo, modulando in bonton touch e con diligenza, i toni ) del senza veli ( quel nudo comportamentale in primis, e dunque psichico, in seconda battuta, proprio poiché estrapolato dai grandi perspicaci; o, in prima persona, sviscerato dai più audaci sotto forma verbale )…..
Nell’ epoca del nudo, perché porre una calza a rete trash indosso a quella purezza da squarcio bianco e beige ?
Direi, perché far finta non ci sia ?
Forse, perché in fondo sarebbe più semplice. Meno esposto al possibile. E piu veloce ( ottimo, nell’ epoca dell’economia – dei ragionamenti, delle discussioni libere e superiori ad ogni logica di vincita dialettica finale, delle spiegazioni, dei sentimenti nudi e crudi, degli impieghi , degli acquisti al super-abbondantementevuoto-mercato, ed, anche – temporale).
Avere paura di allargare l’obbiettivo, e farvi rientrare nell ‘inquadratura la spazzatura ai limiti del campo visivo, non ci aiuterà certo ad eliminare i rifiuti intorno a noi.
Se così fosse avremmo eliminato il problema del riciclo.
E molti altri, certamente.
Insomma riavremmo le mezze stagioni ( ed il silenzio in ascensore, di cos’ altro parlare?) ed i treni tornerebbero ad arrivare in orario. Ne uscirebbe certamente una pulitissima cartolina (continuando, personalmente, dubitare circa il piacere dell’ invio della cartolina. Nonché della sua ricezione… laddove si è rimasti con buona probabilità per ragioni di causa –socialmente-economicamente-organizzativamente-familiarmente-precariatamente- maggiore, in loco d’ origine ) perfettamente sterile.
E l’ unica sterilità di cui mi venga in mente l’utilità è quella in campo medico-chirurgico .
La sterilità non ha mai dato prole. Alcun continuum. Non ha mai disseminato dell’ “ Altro “
Credo che questo ci renderebbe davvero, davvero piccoli. Allargando l’ampissimo spettro di possibilità, mi sono trovata a ripercorrere di recente il territorio, ormai desertico da un paio d’anni dietro i miei passi impavidi, dello schermo multicolor. Aprendo parentesi quadre infarcite di puntini, giungerei al fatto che, alla fine della camminata, mi sono imbattuta nella trama di un film che all’interno del titolo conteneva una parola: illimitatezza.
Sarebbe veramente auspicabile, guardare ( certamente non pretendere di arrivare.. ma basterebbe davvero guardare! ) all’ illimitatezza e, si spererebbe, giungere modesti e consapevoli dei propri limiti al superamento del concetto d’ insormontabilità della barriera precostruita, quella che ci blocca, che ci recinta come greggi e ci fa disperdere le energie, senza un corretto deflusso, senza dunque, ricircolo.
Si, sarebbe una buona impronta.
Accettare di essere umani è cosa sacra.
Analizzare, sviscerare, aprire, punzecchiare, indagare e infiltrarsi all’ interno dei nostri limiti, potrebbe forse aiutarci a diventare strumento stesso dello sblocco, forcina d’apertura. Potrebbe eleverci laicamente e a palpebre basse verso il meglio. A quel punto, ci sarà ben poco da nascondere dietro serrature ormai scassinate.
D’altronde si respira a più ampi polmoni a porte aperte, con correnti d’aria freddissima (ed il condizionatore ad aria calda per il mio centro termoregolatore, non più termoregolato, tra stalattiti neuronali , ne sa qualcosa ).
Lo stampo elitario del singolo non può che perseguire la vicinanza all’ altro, nell’ assenza della compenetrazione violante, eppure nel contatto dialettico e di sereno scambio.
Ma non può esistere slancio verso l’altro e verso l’ Altro laddove si decida di restare fermi, per paura di perdere il posto acquisito o per timore di fermarsi temporaneamente in nuovi lidi raggiunti mediante l’ acquisizione di nozioni stravolgenti e rimescolanti.
Tornando dunque al paesaggio e alla cataratta metallica posta davanti ad esso: è inevitabile guardare attraverso il filtro, laddove si conosca la presenza dello stesso e si gestiscano le riflessioni .
Questo certamente significherà ritrovarsi capaci di vedere mille paesaggi diversi, scegliendo di guardarlo a 50 centimetri dalla grata. A 20 centimetri.
O attraverso uno dei suoi fori, sporcandosi di terra le guance e le sopracciglia, incuranti del trucco un po’ alterato , certamente provati ma tenacemente visionari.
Elisabetta Colonese
senza titolo – 2012 Giovanni Ricciardi







