C’è un tipo di arte che porta in se un linguaggio universale e multiversale e che pone nel nostro infinitamente piccolo definitivamente a termine qualsiasi strascico postmoderno, pop, e quanto altro indagato negli ultimi 20 anni; E’ quell’ arte che non si arresta alla rappresentazione dell’esperienza visiva ma ne fa smaterializzazione del proprio vissuto sia fisico che mentale, fino alla percezione interferenziale di esistenze e soluzioni possibili. Non voglio di certo riportare alla luce una visione interiore né emotiva-espressionista, né surreale, e mi piacerebbe anche porre fine alla definizione di “astratto”  termine che a tutt’oggi, venendo meno il concetto stesso  di realtà come “contenitore” non trova più alcun senso di esistere in quanto produttore di un grosso ossimoro. L’arte apre ogni giorno invece nuovi spazi a interferenze e luoghi presenti e possibili in una sovrapposizione infinita. Pone il quesito quantico  dell’imprevedibile e del compiuto in se ( Hic et nunc). La riproduzione non è più possibile concepirla con lo stesso valore,  essa va ripensata in altro, come unica combinazione improvvisa, così come lo è una pennellata mossa da quello che chiamiamo volontà o come forma inspiegabile. Il tutto, in quella possibilità realizzata da una stessa matrice la quale invece, resta ancora un affascinante mistero che si sovrappone a tal punto da divenire nube confusa.

g.r.

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I resti del nostro desco

Aprile 2, 2009

giovanni ricciardi

 

“Mi piace pensare di rilanciare e restituire  con le mie opere sempre di più l’inutile, poichè l’utile preferisco divorarlo nell’atto creativo, lì non rimangono che i miei resti, i miei avanzi. L’idea di  “opera compiuta”  è quindi per me sempre più insespressa – assente. L’artista rimanda ciò che rimane del suo pasto nonostante  i resti del desco si dice siano la parte migliore. La chiamano opera.”

Appunti per “bit” . Milano 2009

g.r.

Behold, whither, when

Ottobre 29, 2008

Ecco dove, quando.

L’arte non ha confini!

nè l’uomo ne avrebbe

è questione di tempo…

 

 

BIT on Second Life

Agosto 10, 2008

 

 

bit

di Giovanni Ricciardi

su Second Life

La mostra virtuale ”bit” è visitabile su Second Life fino al

5 Settembre 2008 

link diretto esposizione: http://slurl.com/secondlife/soleil%20rouge/142/131/40/

Produzioni Klife©(per visitare la mostra è necessario essere iscritti o iscriversi qui gratuitamente a SL) 

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Lettera ai miei 7 pilastri

Dicembre 20, 2007

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Una meravigliosa notte ho passato, ma fuori un freddo che non lascia tregua a chi non ha avuto per la sua notte un adeguato riparo.

Ebbene oggi sono sveglio anche se tardi perchè cullato dal sonno ma ho seguito il mio tempo e la mia notte con passione, oggi sono più sveglio e nel mio risveglio sento di porre un punto e soffermarmi su pochi…pochi pilastri della mia vita che in questi giorni aggiunti, carichi del loro tepore mi ricordano la fine del mio 30° anno solare. Per chi come me vive nello stesso momento ancorato e distante il tempo,  credo fortemente imprescindibile riconoscere tanto alle persone che mi hanno permesso di ritrovarmi oggi con il mio bagaglio sempre pronto. Oggi sono pronto più che mai a ripartire in ogni luogo e rinnovare uno spirito che per quante volte non mi ha dato tregua solo Dio lo sa. Non è stato facile gestire fino ad oggi un’anima viziata e insaziabile perché del bello di cui si è nutrita ne ha vissuto voracemente sconfinando gli argini e andando oltre i limiti spesso verso l’insofferenza.

 

I – II pilastro. A mio padre e mia madre

Primo e secondo pilastro su cui ho edificato il tempio della mia serenità lo devo a mio padre e mia madre. Che l’uno e che l’altro siano stati i cardini su cui ho potuto aprire le porte al mondo serenamente lo grido forte. A loro due, pilastri su cui ho poggiato il grande architrave della mia serenità. Agli infiniti sorrisi leggeri come il vento di mia madre a ricordarmi la purezza dei cieli che ritrovo nei giorni sereni, per tutti i miei futuri giorni oscuri mi ridaranno il sole. A mio padre, mio primo maestro, con cui mi sono ritrovato in spazi talmente vasti da annullarmi e ricompormi mille e mille volte. Rotolando nella sua materia imponente e massiccia, eppure leggera come un soffio d’immortale anima vitale. Tra i suoi colori e le sue sculture mi sono sdraiato, ho respirato, ho mangiato al suo desco ogni minuto della mia vita. A lui devo questi carboni accesi, fuoco sacro che mai si estingue, come i pesci che nel mare mai potranno fare a meno delle loro pinne. Non è solo un ricordo, ogni giorno continuo a vivere ancora quelle mie piccolissime mani che muovono il colore sulle piccolissime tele in quella Portici dove a giocare nello studio di mio padre intravedevo il paradiso e lo dividevo dall’esterno dei viali di periferia. Ed il mondo mi si apriva tra le mani ed io già capivo, ancora ricordo, erano gli anni ottanta. Da allora in poi quanti istanti si sono rivelati eternità e il tempo si è dilatato dentro di me a scandagliare, scoprire, imparare a danzarci sopra in mille ritmi affrontati con sfida, amore, testardaggine fino ad arrivare al terzo pilastro della mia vita.

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III pilastro. Ad Errico Ruotolo

Millenovecentonovanta e il mondo si riapre, si dilata sempre di più in un giornaliero alimentare la forma e il colore, pensavo spesso non sarebbero bastati altri millenovecentonovanta anni per trovare il “mio” colore, il mio “tono”, così come tutti ne possiedono di sicuro uno nella vita. Quei quattro anni li ho vissuti tutti in quel meraviglioso liceo artistico dei S.S. Apostoli di Napoli dove il mio maestro amato Errico Ruotolo era il mio faro in quella iniziazione tecnica e sull’arte. Con lui le mie prime matite consumate fino ad avere i crampi alle mani, le decine di tagli alle dita affilando le punte, le gomme pane ad asciugare il sudore che si ammassava incessantemente su carte e carte. Le centinaia di disegni appesi al muro nel giornaliero ritorno dalle ore di liceo su cui continuavo a lavorare senza più muovere le mani…parlavo per ore con mio padre di quel mondo scoperto ed esplorato quel giorno. Così per anni, carboni finiti, tempere finite, pastelli finiti, matite, quante matite…

 

IV Pilastro A Giani Pisani

Millenovecentonovantacinque in accademia con il maestro, fortemente voluto, Gianni Pisani, a lui il quarto pilastro (confesso che un po ci ho pensato) Ero giovane, molto giovane, quando mi si avvicinava e mi avvolgeva il profumo della vera vita, quella fatta anche di solitudine, di ricerca a livelli più articolati nell’ignoto interiore tutto da scoprire. Mi sembrava di dover vivere quel passaggio obbligato nell’arte di fine ottocento quando dall’impressionismo si contrapponeva l’esigenza imperiosa di rivestire la realtà della propria ragione interiore. Così gli anni accademici sono stati il tramite con il quale mi sono ritrovato nella vita, ma anche nella vita meschina, fatta di competizione, di sgomitate, di furbizie per ritrovarsi vivo e salvare la pelle nella giungla che in quegli anni aveva solo le sembianze di quell’enorme palazzo di Via Costantinopoli. Al mio terzo maestro dunque, che mai ci ha insegnato a “fare” bensì ad “essere”. Solo dopo anni ho apprezzato il suo modo di essere maestro in accademia, non è stato facile. Ricordo momenti duri davanti quella tela bianca di cui tutti avevano timore, in qualche modo riuscivo sempre a non  farmi mai intimorire ed iniziava a fluire così un mondo nuovo tutto da seguire…e inevitabilmente…tutto da iniziare a cancellare. Da li un gioco sottile di pieno e vuoto si insinuava sotto le mie tele, appesantire e alleggerire continuamente come l’equilibrio instancabile della vita. Iniziavo a cancellare le cose che sapevo già fare, ho sempre odiato portare troppo peso con me in giro. Le prime partecipazioni alle mostre mi aprivano una finestra sul mondo nuova perché tanto distanti dalle umidità degli studi, dalle grida mai uscite da quei luoghi dove mai nessuno potrà conoscere e scovare i tempi vissuti e percorsi. Con l’arrivo imminente del terzo millennio mi si aprivano davanti le strade sul vuoto avevo terminato l’accademia già da tre anni e Napoli era un vuoto culturale assoluto, a fatica ci si poteva muovere tra gallerie che su modelli che non ci appartenevano mimavano una certa attività espositiva su di una città morta o svenuta da decenni.

 

V pilastro A Ciro Marciano.

Duemiladue e il quinto pilastro lo dedico alla galleria Marciano arte di Portici alla quale devo tanta riconoscenza e non meno qualche turbamento per i miei primi distacchi dalle opere. Turbamenti che non immaginavo si sarebbero poi risolti da lì a poco, le prime vendite erano euforiche e atroci allo stesso tempo. Per un artista, di come una perdita profonda possa convivere con una gioia intensa ancora non lo saprei spiegare. Era un lavoro quotidiano completamente immerso in quegli anni, mattina e sera senza sosta, spesso continuavo la notte in quella grande stanza che avevo oramai fatto mia da molti anni, nello studio di mio padre. Profumi di muffe, polvere e odori fortissimi di pittura ad olio ho respirato instancabilmente con una passione che solo il ricordo mi fa tornare un fremito. Nel fremito ho vissuto quel silenzio dello studio di Villa Battisti ad Ercolano, chiuso per ore ed ore fumando decine e decine di sigarette io e i miei quadri, il mio meraviglioso cavalletto come quelli dell’accademia. Era il paradiso, fuori era l’inferno ed io al centro mi muovevo benissimo. Non ho mai amato tanto il mondo che gira intorno all’arte, ho sempre preferito pensare ad altro. Avevo qualche soldo per poter lavorare in pace e Marciano che dimostrava tutta la sua fiducia, prendeva un quadro al mese, disegni ed io stringevo il mio mondo tra le mani.

 

 

VI pilastro. Milano, a una donna.

Nel duemilatre parto per Milano, carico, carichissimo ma senza valige, a mani vuote prendo una piccola borsa, i miei colori (perché a Napoli costavano meno) e parto. Milano non era di certo la città a cui più aspiravo, lo era Parigi alla quale già da un decennio ero legato, ma in quel momento mi sembrava troppo lontana, in fondo, devo accettare una certa pigrizia che mi contraddistingue e in quel tempo ho dovuto fare i conti con la voglia di trovare un punto strategico. In fondo se c’è una cosa che amo di Milano è la possibilità di muoversi in Europa, nel mondo come se niente fosse e, per quelli come noi che per fare sette chilometri (Napoli-Portici) ha aspettato per anni nella propria vita anche 180  minuti un autobus (filobus 255 A.T.A.N.) è certamente un grande salto di qualità. Benvenuto a Milano mi dissi, da solo, perché non conoscevo nessuno, poggiando la mia unica valigia nella stanza vuota arredata solo di un materasso e un armadio. Ricordo il rumore che fece la borsa sul pavimento come inizio di quel periodo. Sesto pilastro dedicato a milano allora, ma soprattutto all’unica donna che, così come conosco e vivo incessantemente la passione per l’arte, ho amato senza sosta per tutto il tempo seguente. Nella vita un amore e una passione che riesce ad aprirti l’anima in due, vera o non Vera che sia, non va mai rinnegata, mai rinnegherò.

 

VII Pilastro A mia sorella  

E’ nel settimo pilastro ultimo e non “ultimo” di questo ciclo di trenta anni che voglio qui chiudere, con un bene che non trova parole per Simona mia sorella, mia calma e certezza di poter condividere sempre tutto nella vita. Presenza inamovibile nella mia mente, per sempre dentro e fuori di me ovunque io vada.

 

 

Credits photo in alto: Nathalie Tufenkjian.  Milano2005

(a Nathalie, una delle persone a me più care..provvederò ad una colonna tutta tua. Grazie)

 

lettera del giovane artista napoletano ai sette pilastri del suo cammino artistico

 

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                    Evadendo dalla realtà

                    si sfugge anche dai sogni,

                    si perde il punto di leva

                   che provoca il contrasto

                   e l’evasione diventa prigionia.

                   ASPETTO BABBO NATALE

                   AUGURI

Dicembre 13, 2007

INSUM INTERNET ERGO SUM

       
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Autumnmonia

Novembre 11, 2007

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Distanze

Novembre 9, 2007

Io non ho fatto l’opera
                          l’ho sentita
Ed era come un grido da lontano
Una eco a richiamare i miei impulsi più remoti.

Io non ho amato l’opera
                         l’ho rifiutata
Ed era come una spina trafitta nel tempo immobile
Lì non sono stato che immobile.
                                                               .
Dall’altra parte del ricordo mi perseguita e consola
                                                               la sua lontananza
Dall’altra parte dei miei giorni tutti mi tiene
per la sua origine
                 la mia fine.