l’arte, tra patafisica e quantica.
Giugno 15, 2009
C’è un tipo di arte che porta in se un linguaggio universale e multiversale e che pone nel nostro infinitamente piccolo definitivamente a termine qualsiasi strascico postmoderno, pop, e quanto altro indagato negli ultimi 20 anni; E’ quell’ arte che non si arresta alla rappresentazione dell’esperienza visiva ma ne fa smaterializzazione del proprio vissuto sia fisico che mentale, fino alla percezione interferenziale di esistenze e soluzioni possibili. Non voglio di certo riportare alla luce una visione interiore né emotiva-espressionista, né surreale, e mi piacerebbe anche porre fine alla definizione di “astratto” termine che a tutt’oggi, venendo meno il concetto stesso di realtà come “contenitore” non trova più alcun senso di esistere in quanto produttore di un grosso ossimoro. L’arte apre ogni giorno invece nuovi spazi a interferenze e luoghi presenti e possibili in una sovrapposizione infinita. Pone il quesito quantico dell’imprevedibile e del compiuto in se ( Hic et nunc). La riproduzione non è più possibile concepirla con lo stesso valore, essa va ripensata in altro, come unica combinazione improvvisa, così come lo è una pennellata mossa da quello che chiamiamo volontà o come forma inspiegabile. Il tutto, in quella possibilità realizzata da una stessa matrice la quale invece, resta ancora un affascinante mistero che si sovrappone a tal punto da divenire nube confusa.
g.r.
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The show can’t go on…confirmed
Aprile 7, 2008
Ritorno su questo post inserito pochi giorni prima dell’ultimo tanto dis-atteso Miart. Qualcuno se lo aspettava tanto da evitare la sua decennale partecipazione, ebbene la conferma è arrivata…e arriva da molti visitatori anche fuori dal mondo dell’arte, molti mi chiedono cosa sia quella “monotona sequenza di opere stanche”. Lo spettacolo non può continuare, non dovrebbe. L’artista non è un burattino da lanciare sul palco, ma nemmeno il burattinaio, non è intrattenimento ma cammino fedele dell’anima. Non salva neppure pensare che l’artista viva un momento storico in cui la depressione l’opprime e lo alimenta poiché la depressione e le difficoltà negli artisti hanno alimentato le migliori opere d’arte della storia. Leggo in giro e vedo volti avviliti, spaesati dall’ultima fiera milanese sulle questioni a loro più care…ho venduto..non ho venduto… Da qualche parte ho addirittura letto che Vinitaly, la fiera del vino a verona, ha registrato più ingressi del Miart…CIN CIN!
Nella stanchezza ci si deve fermare, sorseggiare un bel caffé, girare i telai, le foto, tagliare quelle cattive. Sembra che nella stanchezza il caffé e le opere cattive siano tutte nelle nostre fiere a rappresentare una malsana istituzionalizzazione di un arte che non appartiene all’arte.
Miart 2008 | mi art milano| arte e mercato dell’arte | fiera di milano | artisti
“Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni.”
Ernst Jünger
le palle di graziano cecchini
Gennaio 19, 2008
La speculazione mediatica, politica ed economica copre e distrugge ogni tipo di messaggio proveniente da chi, con insistenza pone “risposte oneste” e mette in atto “l’incanto”, anziché “quesiti sobillatori”. Non importa se già fatto, già visto, già sentito, non dovremmo dipingere più in quel caso un solo paesaggio. E’ il contesto che riattualizza l’estetica ..sempre. L’arte non è un gioco a chi arriva per prima, questa è solo l’illusione di chi l’arte la studia in un tempo cronologico e non capisco la posizione di Achille Bonito Oliva a riguardo. Cecchini mette in atto una sincerità istantanea che agisce, invade e sgomenta così come l’arte sempre procede in quell’attimo immobile, quando si svuota del tempo l’attesa e rimane un’impronta come monumento della memoria. In questa contemporaneità artificialmente edulcorata non c’è più spazio per la sincerità intellettuale, resta una grande necessità: fermare il tempo, recuperare l’incanto.
La performance non ha invaso lo spazio fisico, ma solo quello mentale, in quanto l’arte non esiste che per la nostra mente. La performances di Piazza di Spagna non c’è MAI STATA!! è nella nostra mente che sono ac-cadute le 500.000 sfere colorate.
gr
Apologia dell’artista
Ottobre 7, 2007
Sull’inatteso e il disarmo dell’arte.
Settembre 22, 2007
E’ possibile sfuggire al giudizio soggettivo?
Amo leggere Heidegger quando descrive il momento dell’incontro con l’opera d’arte, evento che segna l’inizio stesso di un “mondo storico” e quindi, il punto d’avvio di una sicura metamorfosi, di una trasformazione dei rapporti ordinari con il mondo e la realtà che ci circonda nel suo insieme. Scopriamo allora con stupefazione, senza aver avuto mai preavviso dall’arte, che siamo necessariamente impreparati ad affrontare il nuovo obiettivamente. Il mostrarsi dell’evento inatteso di una rivelazione “verità” si manifesta come “evento storico” in quanto l’artista non è l’origine, non è il creatore, secondo Heidegger è semmai il “pastore dell’essere”. Nell’inatteso, questo evento di trasformazione anticipa il nostro gusto e la nostra capacità di dominare il giudizio. Questo momento si concretizza come evento pregno di rifiuto/incanto.
Guardiamoci dal giudizio.
Sempre Martin Heidegger, in una sua Lettera del 1945 scriveva “…Proprio quando si caratterizza qualcosa come “valore”, ciò che è così valutato viene privato della sua dignità. Ciò significa che con la stima di qualcosa come valore, ciò che così è valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. (…) Ogni valutazione, anche quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare. Lo strano sforzo per dimostrare l’oggettività dei valori non sa quello che fa”.
Il disarmo dell’arte
Pongo a questo punto la mia questione dopo aver fatto queste premesse, viaggiando tra l’impossibilità di oggettivare un giudizio e l’incanto per lo sconosciuto. Rimango sempre un po’ stordito da quante espressioni artistiche oggi si prendono gioco dell’arte comparendoci davanti agli occhi ed esaurendosi immediatamente dopo aver consumato l’inatteso.
Cosa succede allora? Perché i messaggi non durano tanto neppure nella noiosa serialità delle nuove produzioni artistiche? Quando arrivano sono fluttuanti e mancanti di fondamenta solide dove poter risalire il sentiero percorso dall’artista.
Modificate da un secolo le chiavi di riconoscimento “qualitative” dell’opera d’arte, la difficoltà nel “riconoscere” un lavoro artistico autentico non si porrebbe più, al massimo risiederebbe solo nel riconoscere l’artista quale pastore dell’essere! Eppure l’arte che ancora desta grosse credenziali di autenticità rimane quella in cui l’evento storico e comunicativo viene rimandato altrove fuori dall’opera stessa (come metafora e specchio “di”). Nel 2002 appuntavo questo concetto che riporto, e che mi pare essere ancora degno di riflessione: “[…] E’ necessario raggiungere un punto distante da se per comunicare, poco distante da se per rimanere in possibilità di rilancio, fuori da se. L’opera deve parlare fuori dal suo corpo, non su se stessa, può rimandare altrove per ripensare nei luoghi di origine la sua deposizione il suo tramite interlocutore. I messaggi plasmati sul corpo dell’opera rimangono in autoriflessione, il corpo del significante rimandato altrove rimane sempre attivo. E’ fuori l’opera che si comunica non su di essa, e al centro tra noi ed essa che avviene il punto di incontro, né su di essa né sui pensieri. E’ poco distante dall’opera l’azione primaria, la leva che porta il messaggio più acuto in fila gli infiniti restanti. L’opera può pensare tutto tranne che se stessa, l’opera d’arte è viva se porta il messaggio fuori da se stessa, e non al suo interno. La nostra comunicazione diventa tale se portata fuori da noi, pertanto se lasciata in sosta psichica rimane pensiero , rimurginazione, riflessione. E’ nel punto d’incontro tra chi domanda ed essa che proietta altrove la sua risposta. Può essere scena aperta su di una realtà che usa l’artista come tramite, come mezzo per essere rivelata, un’ opera come risultato di una possibilità di rappresentazione nell’infinito molteplice rimane affascinante ma non comunicativa, l’opera che intendo non vive per se, non vuole essere spia, non vuole morire di mal di testa. […]
E’ possibile sfuggire al giudizio soggettivo?
Quanti “pastori dell’essere” e quanto “gregge” muovono oggi il mondo dell’arte?


